Usa: Trump voleva bombardare il principale sito nucleare dell’Iran

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Bombardare l’Iran? Alla ricerca di gesti forti per un’uscita di scena memorabile — allo studio il ritiro delle truppe da Afghanistan, Iraq e Siria, un inasprimento del confronto con la Cina e un’offensiva contro le case farmaceutiche per obbligarle ad abbassare i prezzi dei medicinali — Donald Trump ha contemplato anche un bombardamento del principale sito nucleare iraniano. Il «New York Times» riferisce che giovedì 12 novembre, durante un incontro coi suoi consiglieri nello Studio Ovale, il presidente ha chiesto se fosse possibile un attacco missilistico per punire il regime di Teheran, visto che il giorno prima gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia nucleare avevano riferito che le scorte di uranio accumulate nell’impianto di Natanz sono, ormai, 12 volte superiori rispetto a quanto consentito dall’accordo nucleare voluto da Barack Obama e stracciato da Trump.

La quantità stimata dalla IAEA, circa due tonnellate e mezzo di uranio con un basso livello di arricchimento, è sufficiente per produrre due bombe atomiche, ma, per arrivare a questo risultato, gli scienziati della repubblica degli ayatollah dovrebbero portare l’uranio ad un grado di arricchimento più elevato: un processo che richiede almeno sette mesi di lavoro. Siamo, insomma, davanti a sviluppi allarmanti, ma non a una minaccia immediata, visto anche che la quantità di uranio che l’Iran ha ripreso a lavorare è comunque molto inferiore alle scorte che aveva accumulato il Paese prima dell’accordo nucleare del 2015: allora Teheran aveva accettato, proprio in base a quell’intesa, di trasferire in Russia oltre11 tonnellate di uranio con un basso livello di arricchimento.

Per questo, stando al quotidiano di New York, tutti i presenti alla riunionedi giovedì — il vicepresidente Mike Pence, il Segretario di Stato Mike Pompeo, il Capo degli Stati Maggiori riuniti Mark Milley (il capo dei militari Usa) e anche Christopher Miller, appena nominato da Trump ministero della Difesa al posto del licenziato Mark Esper — hanno spiegato al presidente che un attacco missilistico potrebbe facilmente innescare un conflitto molto più vasto. I partecipanti alla riunione hanno lasciato la Casa Bianca certi di aver convinto Trump a non rischiare un attacco missilistico, mentre rimangono possibili altri tipi di reazione: da una cyberoffensiva informatica per tentare di paralizzare l’attività degli impianti nucleari a nuove sanzioni economiche.

17 novembre 2020 (modifica il 17 novembre 2020 | 05:07)

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