Udienza lampo per Zaki: «Io detenuto troppo a lungo». II processo rinviato al 28 settembre

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Ammanettato, in gabbia, a condividere la situazione con altri imputati. Ha visto attraverso le sbarre i suoi parenti, i suoi amici, i suoi colleghi attivisti e i due diplomatici italiani presenti in aula. Un’immagine che fa congelare il sangue nelle vene anche a chi lo sente solo raccontare, quella di Patrick Zaki, che martedì mattina si è presentato in aula a Mansura di fronte a giudici e a cancellieri. Ha anche avuto la forza e il coraggio di salutare con le mani giunte, ma soprattutto non è voluto rimanere in silenzio: «Detenuto per un periodo troppo lungo rispetto alle accuse», ha urlato, come riferito dall’Ansa presente sul posto.


Le accuse decadute

La sua legale, Hoda Nasrallah, ha ovviamente sostenuto la stessa tesi, chiedendo il rilascio e l’accesso agli atti del dossier per verificare che le accuse di terrorismo siano effettivamente decadute. Ma nulla da fare: in carcere fino al 28 settembre, comunicato da un poliziotto a fine udienza, ma non direttamente a Patrick, al quale l’hanno provato a urlare i suoi cari. Lui, però, era già dentro al furgone blindato azzurro. La sua legale, al momento, non ha saputo dire dove verrà portato in attesa della prossima udienza. Si è aperto martedì 14 settembre infatti il processo allo studente egiziano iscritto all’Università di Bologna e arrestato il 7 febbraio 2020all’aeroporto del Cairo, con una seduta durata cinque minuti. Un frammento di tempo per un rinvio a giudizio sviluppato all’improvviso, trasferito a Mansura dalla capitale in poche ore. Cinque minuti.

Evitato lo scenario peggiore

La notizia di aggiornare il processo a fine mese è però letta positivamente da Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, dal momento che ha evitato «lo scenario peggiore, ovvero una sentenza lampo emessa dopo una sola udienza. Ora c’è tempo per preparare la difesa, per sperare in un giudice imparziale, per vedere Patrick libero e non in manette. Ogni momento da qui in avanti sarà utile per fare pressioni». Ma tutto, in realtà, è iniziato martedì mattina poco dopo le 10, con l’arrivo al terzo piano dell’ala nuova del vecchio palazzo di Giustizia della sorella di Patrick, Marise, il padre, George, nonché altri amici e attivisti, oltre ai tanti avvocati e parenti degli altri imputati. Secondo l’amico di Patrick, Amr Abdelwahab, anche rappresentanti delle ambasciate italiana, tedesca, canadese e avvocati europei. Poi, verso le 12.15, la prima comparsa all’interno della gabbia degli imputati per pochissimi secondi con il suo codino ben riconoscibile. Un segno distintivo, probabilmente, anche per chi si è trovato lì a rivederlo dopo tanti, troppi mesi di ingiustificata detenzione preventiva, in quello stesso luogo, Mansura appunto, dove Patrick ha trascorso alcuni giorni di detenzione nei primi mesi dopo l’arresto all’aeroporto.

Torture ed elettros

Proprio lì, secondo gli avvocati di Patrick, è stato sottoposto a tortura e, presumibilmente, elettroshock. Secondo quando trapelato nelle ultime ore, il ragazzo è incriminato, come riportato dall’Eipr, sulla base degli articoli 80, lettera D, e 102 bis del Codice Penale, ovvero diffusione di notizie e diffusione di terrore dentro e fuori il Paese. Il rischio è di una detenzione in carcere fino a cinque anni (ai quali si dovranno sottrarre i mesi già passati al Cairo). La condanna sarebbe inappellabile. E infatti, tra i tanti post su Facebook, articoli e foto di cui si è parlato in questi lunghi mesi, alla fine si è pescato dal mucchio un articolo del 2019 pubblicato su Daraj, in difesa dei diritti dei cristiani copti dell’alto Egitto, spesso soggetti a «rapimenti e attentati dinamitardi», si può leggere nell’articolo. Un articolo scritto sulla base di una sua esperienza personale e di denuncia dell’oscurantismo relativo a un atto terroristico a danno di «quattordici membri delle forze di sicurezza egiziane, con vari gradi nella polizia e nell’esercito». Ma in questo elenco non è mai stato inserito Abanoub Marzuk. Il suo nome si è cercato di nasconderlo, ma è venuto allo scoperto il giorno del funerale: l’ennesima riprova della negazione dei diritti di una comunità che trova l’avallo della gente del villaggio di Assiut da una parte e delle istituzioni ufficiali dall’altra.

La catena di solidarietà

La solidarietà per il nostro concittadino onorario è arrivata da tutte le istituzioni: una situazione sulla quale non si può mai e poi mai abbassare l’attenzione nemmeno per il sindaco, Virginio Merola, sindaco di quella Bologna che è scesa in piazza a febbraio 2020 e che non vorrebbe mai cambiare con nessun’altra: «Nel diritto mondiale non esiste il reato di opinione. Confidiamo che questo rinvio serva per far prevalere definitivamente il buon senso e liberare il nostro cittadino Zaki», ha detto il primo cittadino. Ma lo stesso vale per il candidato sindaco del centrosinistra, Matteo Lepore, e il rettore dell’Alma Mater, Francesco Ubertini, che si è detto allibito per le accuse formulate: «Si parla di una difesa della minoranza copta, quindi stiamo parlando di un reato di opinione: è una violazione della libertà di pensiero». Un simile destino era stato presagito dagli attivisti della sua stessa Ong (Eipr) a conclusione dell’ultima udienza con la presentazione, per la prima volta, di documenti controversi. Pur senza portare prove a sostegno dei documenti presentati nel corso dell’interrogatorio, l’accusa li ha definiti la conferma della partecipazione del ragazzo «a un gruppo terroristico pur conoscendone gli scopi, della diffusione di notizie false sia dentro che fuori dal Paese, nonché l’uso di un account social per commettere i due precedenti reati». Il tutto, hanno aggiunto i membri dell’Eipr, come da modus operandi della Suprema Procura della sicurezza di Stato egiziana, ovvero senza «precisare il nome del gruppo in questione e i suoi scopi». Le accuse di terrorismo sono poi cadute, ma la gravità dei capi di imputazione in relazione all’articolo pubblicato restano pur sempre la prova di aberranti negazioni dei diritti fondamentali dell’uomo. È il processo a Patrick Zaki, ma è anche il processo ai suoi interessi, ai propri studi, al proprio diritto di difesa dei diritti civili. È un processo ai diritti di quanti noi.

La newsletter del Corriere di Bologna

Se vuoi restare aggiornato sulle notizie di Bologna e dell’Emilia-Romagna iscriviti gratis alla newsletter del Corriere di Bologna. Arriva tutti i giorni direttamente nella tua casella di posta alle 12. Basta cliccare qui.

14 settembre 2021 (modifica il 14 settembre 2021 | 17:15)

© RIPRODUZIONE RISERVATA



Fonte originale: Leggi ora la fonte