Storaro, io tra Bertolucci e Woody Allen

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ROMA – Per Vittorio Storaro, autore della fotografia tre volte premio Oscar (per Reds, Apocalypse Now e L’ultimo imperatore), prendersi delle pause “per percorsi di conoscenza” dopo progetti importanti è stata sempre un’abitudine, già “da Apocalypse Now, quando mi ero reso conto che usavo i colori ma nessuno me li aveva realmente insegnati. Volevo approfondirne tutti gli aspetti così mi sono fermato un anno per studiarli” racconta il grande cinematographer, che presenta a Roma la sua mostra fotografica La civiltà romana. L’esposizione arriva per la prima volta in Italia (alla galleria La Nuova Pesa di Simona Marchini, dal 17 giugno al 10 settembre), ma viene da un progetto, nato proprio in una pausa dal cinema, al quale Storaro ha dedicato cinque anni a inizio anni ’90, che aveva preso forma anche attraverso il racconto documentaristico e un libro.

“Ora con la pandemia mi sono rifermato, ma mi è servito per mettere ordine nella mia biblioteca e nel tantissimo materiale dei miei viaggi cinematografici con Bernardo Bertolucci. Un percorso che racconterò in un libro e una mostra in preparazione, potrebbero debuttare l’anno prossimo”. A questo si aggiunge il lavoro “di restauro visivo e conservazione dei film realizzati con il regista de L’ultimo Imperatore: “Mantengo una promessa che avevo fatto a Bernardo nell’ultimo periodo. Ho già lavorato su Il piccolo Buddha e Novecento”. Nei prossimi mesi poi “forse – spiega – dovrei anche girare il quinto film con Woody Allen. L’appuntamento per ora è a Parigi a inizio agosto, ma nel cinema non si sa mai finché non sei sul set”. Storaro nel rispondere con l’abituale grazia ai giornalisti, fa anche un accenno alle accuse fatte al regista newyorchese: “Cose non vere – dice – . Io 20 anni fa non lo frequentavo ma per come l’ho conosciuto non lo reputo in grado di fare quelle cose. E poi so che ci sono state due inchieste da cui è uscito assolto”. Recentemente Storaro è tornato sul set anche con un altro “dei maestri dai quali continuo ad imparare”, Carlos Saura, per il musical drama El rey de todo el mundo “ed insieme stiamo pensando a un grande progetto per la tv su Garcia Lorca”.

Nella mostra, a cura di Nestor Saied e di Giovanni Storaro, sono protagoniste 10 opere fotografiche, realizzate in doppia esposizione in seno a uno stesso fotogramma: un viaggio che unisce, creando dei veri e propri racconti per immagini, statue e monumenti, da Lo stadio dei Marmi a L’imperatrice di Bisanzio, da Antinoo a Le Catilinarie. “Ho da sempre una passione per la fotografia – spiega – ma a dominare è il mio amore per il cinema, decima musa, che si alimenta di tutte le altre muse e mi permette di esplorare ed innamorarmi ogni volta delle altre arti”. Oggi tuttavia “i film, non solo italiani, tendono ad avere una visione digitale. Non si usa la luce, perché la gente si sta abituando a vedere il cinema anche sui telefoni”. Si fanno “film per il fine settimana, mediocri, ma non ci sono i classici , storie con una struttura, un pensiero, una conoscenza – commenta -. Io non faccio un film in Italia dal Rigoletto. Quando non c’è la volontà di un certo stile e visione prevale il qualunquismo, anche se magari ci sono progetti interessanti”. A Storaro arrivano molte sceneggiature da tutto il mondo “anche molte opere prime, e a me andrebbe benissimo, ho fatto tante prime regie nella mia carriera, ma la maggior parte sono storielline su cui non so cosa fare. E non parlo di budget, perché io sono pronto ad adattarmi quando la storia vale, ma di visione, di respiro”. Il film di Carlos Saura, ad esempio, “ha il budget di un medio film italiano ma c’è dentro una voglia e una forza di esprimersi straordinarie”.


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