Sinisa, il libro sulla malattia e il caso Jugoslavia: non rispondo

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L’allenatore del Bologna Sinisa Mihajlovic
L’allenatore del Bologna Sinisa Mihajlovic


Tempo fa il sindaco di Bologna Virginio Merola e il consiglio comunale, seppur non all’unanimità, hanno deciso che Sinisa diventerà un figlio di Bologna assegnandogli la cittadinanza onoraria. Quello che è successo tra la città e Sinisa al tempo della scoperta della malattia, con il sostegno del pubblico, i pellegrinaggi dei tifosi a San Luca e lui che cerca di tornare in campo prima del tempo contro il parere dei medici, sono un miracolo di vicinanza e di affetto difficilmente ripetibile. E prossimamente, Covid permettendo, dovrebbe esserci la cerimonia ufficiale. Ma Sinisa è da sempre uno che divide, per le sue idee politiche, perché non usa giri di parole. E per quella macchia del passato quando definì Arkan «un eroe per il popolo serbo e un amico vero». Da qui ha preso le mosse la lettera di oltre cento cittadini, esponenti del mondo della politica, della cultura, dell’associazionismo e della società civile (tra questi c’è anche Don Ciotti) che gli chiedono di dissociarsi da quelle frasi perché altrimenti la cittadinanza sarebbe un grave errore.

Ecco la risposta che arriva da Sinisa alla domanda se risponderà a quella lettera. «No. Ho già detto quel che dovevo dire. Io la guerra l’ho vissuta dall’Italia, cercando di aiutare quanta più gente possibile. Una volta comprai il Messaggero. In prima pagina c’era la foto di tre ragazzi morti “vittime dei cetnici serbi”. Ma uno di loro era un mio ex compagno di classe. Un serbo. I serbi hanno fatto schifo, come anche i croati. Ma la storia viene sempre scritta dai vincitori. Quindi, gli unici colpevoli siamo noi”».

Anche se poi al giornalista che gli ricorda i crimini di guerra di Arkan, capo delle Tigri, Sinisa replica: «Non condividerò mai quel che ha fatto, e ha fatto cose orrende. Ma non posso rinnegare un rapporto che fa della mia vita, di quel che sono stato. Altrimenti sarei un ipocrita».

Nell’intervista al Corriere della Serasi parla naturalmente del suo libro e molto della sua malattia e di un certo Cgikjltfr Drnovsk, sessantanovenne senza fissa dimora. Chi è? «Al Sant’Orsola mi avevano dato questa falsa identità — per non attirare curiosi che disturbassero gli altri malati. Dopo i primi due cicli di chemio, dimostravo altro che 69 anni. Trovavo ironico quel senza fissa dimora affibbiato a me, che in ogni stadio venivo accolto dal coro di zingaro di m…”». Sinisa fa sapere di stare bene, di avere appena fatto dei controlli e quando gli si chiede se non sia stanco degli applausi e dell’affetto di tutti, risponde così: «Mi ha aiutato molto. Ma ora basta. Non vedo l’ora di tornare a essere uno zingaro di m…”.

12 novembre 2020 (modifica il 12 novembre 2020 | 09:12)

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