Renzi e Franceschini, il colloquio (e i bluff) per evitare i rischi di una crisi al buio

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Solo ora si può considerare aperta la verifica di governo, perché Renzi e Franceschini si sono finalmente parlati. E chi è venuto a conoscenza del colloquio, lo descrive come una «partita di poker» tra due ex compagni di partito che non si piacciono ma riconoscono all’altro abilità politica e capacità manovriera. Così, senza perder tempo, il leader di Iv e il capodelegazione del Pd hanno giocato a carte scoperte. Il primo a farlo è stato Renzi, avvertendo l’interlocutore che è a conoscenza del tentativo di Conte di far campagna acquisti, e che se gli mancassero un paio di parlamentari per raggiungere l’obiettivo, lui sarebbe pronto a regalarglieli. Franceschini ha risposto che questo cadeau sarebbe in realtà una mela avvelenata, perché senza controllare le commissioni parlamentari il governo sarebbe paralizzato e dunque tanto varrebbe andare alle elezioni.

Insomma al bluff di Renzi, Franceschini ha replicato con un altro bluff. Almeno così l’ha inteso il leader di Iv, visto che le urne — a suo dire — consegnerebbero in un colpo solo al centrodestra il governo, la gestione del Recovery fund e il Quirinale, e non si capirebbe il motivo per cui il Pd sacrificherebbe tutto pur di difendere l’indifendibile gabinetto Conte. Esaurite le carte sul tavolo, i due sono andati al nocciolo della questione. E appena Renzi ha accennato a una soluzione di compromesso, Franceschini ha replicato senza peli sulla lingua di non fidarsi, perché se il Pd accedesse all’idea del Conte 3 esporrebbe il fianco: a crisi aperta, infatti, basterebbe che Iv dicesse no a un reincarico del premier uscente per conquistare il banco.

Chissà se per trovare infine un accordo basterà usare il «franceschinellum», che è la versione aggiornata del manuale Cencelli secondo la definizione di Renzi. Per quanto sia evidente che l’incontro è stato interlocutorio, è altresì evidente che da quel momento è iniziato il count down per il Conte 2. Il capo di Iv ha fissato come dead line il sette gennaio, dopodiché aprirà la crisi. I giorni che mancano serviranno per capire se la coalizione giallorossa troverà un’intesa, che comunque porterebbe a un nuovo governo, o se il premier tenterà di costruire una nuova maggioranza con cui fare a meno di Iv. Nonostante chiami personalmente i potenziali «responsabili», compresi alcuni renziani, per ora Conte non sembra disporre dei numeri, sebbene Mastella ricordi che «i responsabili sono come i vietcong: spuntano fuori solo all’ultimo momento».

Che qualcosa si stia muovendo lo s’intuisce anche da un articolo apparso sull’Huffington post, in cui l’ex ministro berlusconiano Brunetta ha evocato la «maggioranza Ursula». Il centrodestra è in subbuglio, se possibile più diviso del centrosinistra. È bastato che la Meloni proponesse agli alleati di presentare una mozione di sfiducia contro il governo per provocare la reazione di Salvini, che ritiene la mossa «un favore a Conte». Formalmente l’iniziativa di FdI mira a evitare eventuali manovre al centro, ma la replica leghista è il segno che le forze di opposizione hanno un ruolo nella sfida interna alla maggioranza e sono schierate su fronti contrapposti.

Tutti si sono posizionati in attesa del sette gennaio. Renzi sa che l’ostacolo maggiore alla sua azione è la pandemia, e che l’opzione peggiore sarebbe ritrovarsi ancora Conte a palazzo Chigi. Ma ormai non può più ritrarsi e attende di vedere le mosse altrui. Se il premier dovesse andare in Parlamento per metterlo all’angolo, ha anticipato cosa gli direbbe in Aula: partirebbe rammentandogli «il suo curriculum professionale» e finirebbe ricordandogli «le sue leggi ad personam». Così si aprirebbe una crisi al buio. Più buia di quanto non lo sia già ora.

30 dicembre 2020 (modifica il 30 dicembre 2020 | 22:45)

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