Pasolini, l’inchiesta spezzata

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 SIMONA ZECCHI, L’INCHIESTA SPEZZATA DI PIER PAOLO PASOLINI. STRAGI, VATICANO, DC. QUEL CHE IL POETA SAPEVA E PERCHE’ FU UCCISO (Ponte alle Grazie, pp.433, 18 Euro).
    “La verità ha un suono speciale”, scriveva Pier Paolo Pasolini.
    A 45 anni dalla morte violenta del poeta, avvenuta la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia, la giornalista Simona Zecchi prova a ritrovare proprio quel “suono” scomparso, nel libro “L’inchiesta spezzata di Pier Paolo Pasolini”, edito da Ponte alle Grazie e in uscita il 5 novembre. L’autrice, dopo “Pasolini, massacro di un poeta” (Ponte alle Grazie, 2015) a cui è seguito “La criminalità servente nel caso Moro” (La nave di Teseo, 2018), prosegue l’indagine sui tragici anni della “strategia della tensione” per fare luce su ciò che ancora non si conosce dei motivi dell’omicidio del più lucido e profetico tra gli intellettuali italiani. La tesi di Zecchi è che Pasolini fu ucciso per ciò che sapeva, vittima di una vera congiura: l’autrice sottolinea come l’intellettuale avesse negli ultimi tempi abbandonato il linguaggio della poesia in favore di uno “giornalistico”, più pratico per indagare sulla strage di Piazza Fontana e sui responsabili di quel “piano di destabilizzazione atto a stabilizzare il Paese (verso una posizione centrista o autoritaria a seconda delle cordate che avrebbero prevalso)”.
    Zecchi riparte dalle lettere (pubblicate per intero per la prima volta) scambiate, negli ultimi mesi della sua vita, da Pasolini con Giovanni Venturi, neofascista ed editore, che voleva inviargli dei documenti con rivelazioni “scottanti”. Da lì, l’autrice ricostruisce un puzzle dalle tinte fosche, riuscendo forse a sbrogliare una matassa rimasta oscura per troppo tempo, grazie a un lavoro durato anni fatto di incontri, ricerche, studi e riflessioni. L’autrice svela collegamenti, fa nomi e cognomi: dall’accerchiamento del poeta da parte delle frange estremiste di destra alla rivelazione del nome del politico di cui Pasolini avrebbe potuto scrivere se non fosse stato ucciso (Mariano Rumor, presidente del consiglio in carica quando ci fu la strage di Piazza Fontana), dai “lavori sporchi” dell’Anello (“un super-servizio segreto occulto dipendente direttamente dalla Presidenza del Consiglio”, scrive) retto da Giulio Andreotti alle connessioni tra strategia della tensione e mondo culturale, dalle origini dei finanziamenti delle stragi al ruolo del Vaticano, della Cia e delle mafie a sostegno dell’eversione.
    “Questo libro rappresenta un viaggio complesso che è stato anche un viaggio personale: ho voluto capire il passato anche per comprendere quello che sta accadendo oggi. La mia passione per Pasolini è diventata un’ossessione”, spiega in un’intervista all’ANSA, “Ho fatto un lavoro doppio, di distruzione per poi ricostruire, togliendo tutta la fiction nata attorno all’omicidio per capire cosa era davvero successo. Ho iniziato dal corpo, dalla storia del crimine. Poi ho svolto indagini a 360 gradi, in particolare sulla strategia della tensione. E sono tornata su Moro che anche in questa storia è un perno dal punto di vista politico. Piano piano ho focalizzato l’attenzione sugli ultimi mesi di vita di Pasolini, dal marzo all’ottobre del 1975, quando c’è stato lo scambio epistolare tra lui e Ventura”. Nel libro Zecchi cita anche il celebre “Cos’è questo golpe”, l’articolo uscito nel novembre del 1974 sul Corriere della Sera noto come “Io so”, nel quale Pasolini afferma di conoscere i responsabili delle stragi che colpirono l’Italia di quegli anni, a partire da Piazza Fontana, la “madre” di tutte le stragi: “non è importante la prima parte, quella relativa ai nomi”, sottolinea l’autrice, “quanto la seconda, in cui Pasolini attacca il Pci”. Una sorta di tradimento quello denunciato dall’intellettuale: “Certo, l’estrema destra è l’attore principale delle stragi – prosegue l’autrice – ma la sinistra non ha fatto quello che avrebbe dovuto. E su Piazza Fontana nessuno ha davvero voluto che la verità uscisse fuori”. Se da un lato l’inchiesta di Zecchi richiede al lettore lo sforzo di una lettura non semplice, tanto è ricca di informazioni e collegamenti, dall’altro permette di immergersi dentro l’Italia degli anni ’70, allargando l’orizzonte dall’omicidio di Pasolini alla politica di quel periodo. “Mi rivolgo a chi c’era, soprattutto a quelli che oggi guardano con sufficienza la nostra generazione, pensando che magari non è capace di analizzare e comprendere i fatti solo perché non vi ha assistito personalmente”, spiega l’autrice, “poi mi rivolgo ai giovani, perché sono interessati non solo al fatto criminale in sé: l’ho visto con il vecchio libro su Pasolini, andando nelle scuole.
    Questa è una storia complessa, ma a volte l’ho scritta di proposito in modo didascalico proprio per poter arrivare ai ragazzi”. (ANSA).
   


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