Noi che ormai viviamo tutti «nel frattempo», bipolari tra paura e illusioni | Paolo Giordano

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Certe ricorrenze sono scritte nel nostro metabolismo. Che sia salutato da grandi festeggiamenti o attraversato con sobrietà, il passaggio di anno solare porta con sé la nozione di svolta.
Al termine di un anno come questo, la suggestione della «pagina voltata» è più forte che mai. Abbiamo subìto e detestato il 2020 e riponiamo ogni fantasia di rinnovamento nel 2021.
Dopo la paura, il sollievo. Dopo i limiti, la liberazione. Dopo l’anno della pandemia, l’anno dell’immunità.
D’altra parte, la narrazione imposta dalle istituzioni e dai media a partire da novembre – all’incirca dal giorno in cui Pfizer ha annunciato i risultati confortanti sulla fase tre – ci spinge proprio in questa direzione. Il cambio di passo nella comunicazione è stato così eclatante da somigliare a una strategia di marketing decisa attorno a un tavolo: ora basta, da adesso speranza. In alto i cuori, perché siamo all’inizio della fine, ormai è questione di poco, da qui in avanti si rimane in attesa dell’arrivo messianico del vaccino. La campagna di vaccinazione inizierà nel più breve tempo possibile e si svolgerà con la massima efficienza, perché abbiamo stabilito che sarà così.

Strategia di metafore

Poco importa che pressoché nulla fino a qui sia stato fatto in tempo utile o con la massima efficienza. Poco importa, per esempio, che non abbiamo ottimizzato neppure il sistema dei tamponi, a differenza di altri Paesi europei, e che in certe regioni si debbano pagare cifre insensate anche solo per sottoporsi a un test rapido privatamente, come se la prevenzione fosse la nuova frontiera del lusso. Tutto quello che è stato detto, proposto, messo a punto oppure no, ma comunque instancabilmente dibattuto, non ha più valore. Tanto arriva il vaccino. Perciò ecco il #VaccineDay, ecco la liturgia della prima infermiera a ricevere l’iniezione, ecco il camion che lascia lo stabilimento Pfizer di Puurs proprio alla vigilia di Natale, eccolo che oltrepassa la frontiera e scortato arriva alla capitale. Ecco i rendering dei padiglioni nelle piazze e la profusione di brutte metafore sfinite, la «fine del tunnel» e gli «spiragli di luce», «l’alba dopo la lunga notte» e l’Italia che «rinasce con un fiore».

La variabile che non accogliamo

L’enfasi degli ultimi giorni è il proseguimento coerente della similitudine bellica così in voga in primavera. Quello era il momento dei visi cupi, dei «medici al fronte» e della «guerra contro il virus». Questa è la parte in cui arrivano i nostri, la cavalcata delle forze di liberazione che giungono in soccorso.

Il verbo «rinascere», in particolare, è una scelta curiosa per lo slogan della campagna. «Rinasceremo» come se adesso fossimo morti, come se avessimo trascorso l’ultimo anno da moribondi.

È l’ennesimo segnale di ciò che abbiamo fallito dal principio: accogliere una variabile nuova e ingombrante nelle nostre esistenze, rispettandola, ma riuscendo anche a percepire la continuità con le nostre abitudini di prima e con quelle che immaginiamo per dopo. Non vedere il virus soltanto come un problema in sé e per sé, ma riconnettere la sua presenza agli altri innumerevoli problemi che ci trasciniamo dietro.

È vero, con il passare dei mesi abbiamo adattato molti comportamenti al nuovo contesto, ma il nostro modo di relazionarci alla pandemia è rimasto, nella sua essenza, bipolare: allarme o nulla, chiuso o aperto, condanna o salvezza. Morte o rinascita. Ora la svolta in chiave provvidenziale della comunicazione pubblica, unita al simbolismo del passaggio di anno rischiano di metterci di nuovo in pericolo, rafforzando l’impressione che ormai sia passata.

Ma la pandemia non rispetta il calendario gregoriano.

E comunque vada con il vaccino, per quanto rapidi ed efficienti (e disposti a vaccinarci) ci dimostriamo, il nostro futuro prossimo non sarà univoco, come subliminalmente ci viene suggerito.

Il 2021 non assomiglierà a un passo da dentro a fuori la linea d’ombra. Molto più realisticamente si presenterà come una sovrapposizione di condizioni, alcune congiunturali, altre in contrasto.

Sarà un «nel frattempo» prolungato, che dovremo gestire. Perché nel frattempo la curva si abbassa, ma lo fa lentamente come sempre. E non è affatto detto che queste feste, che da dentro ci appaiono così misere e limitate, non determinino un’altra inversione di tendenza.

Le norme sono state introdotte tardivamente e questa volta sono più complicate del solito. La loro complicazione permette un margine di elusione piuttosto ampio. Gli aggiramenti, i piccoli stratagemmi, comprensibili dalla prospettiva del singolo, quasi innocenti, hanno un effetto potenziale molto diverso su larga scala. Una miriade di eventi di microdiffusione che potrebbero sommarsi, come è già avvenuto negli Stati Uniti con il Thanksgiving nonostante le raccomandazioni istituzionali.

Ma il Thanksgiving, dura tre giorni ed è stato responsabile di un sussulto della curva, noi attraversiamo una quindicina di giorni delicati in fila, giorni fatti di saluti, di auguri e brevi incontri, due a due, quattro a quattro, sei a sei; giorni in cui ci stiamo inventando, ognuno per sé, una soluzione pandemica accettabile.

Il tracciamento fallito

Nel frattempo c’è l’immancabile ritardo nel disegnare con chiarezza ciò che sarà dal 7 gennaio in avanti. Il quadro proposto, con le scuole di nuovo massicciamente in presenza, potrebbe rivelarsi in contraddizione con l’andamento dei contagi. Dopo le feste, e con in circolo una variante più rapidamente diffusiva (che a livello epidemiologico può essere perfino peggio di una variante più letale), rischiamo di aprire ancora una volta in fase di espansione.

Ma se a settembre l’incremento giornaliero dei positivi era sull’ordine del migliaio, adesso è ancora vicino ai diecimila. Cosa è cambiato da allora, a parte il fatto che fa molto più freddo e in molte regioni è impensabile fare lezione con le finestre spalancate? Cosa è cambiato, a parte la concomitanza attesa con le altre infezioni respiratorie e con l’influenza a complicare il tutto?

Ciò che è davvero cambiato è che è stata abbandonata ogni strategia seria di mitigazione, che non sia quella delle chiusure alternate. Parlare di testing e tracciamento suona ormai obsoleto. Le «t» hanno funzionato per il marketing di aprile, adesso c’è la narrazione più seducente del vaccino.

Ma se qualcuno pensa che la fantasia di gestire il contagio fosse sbagliata dal principio, perché «il virus è troppo veloce» o perché «ci sono troppi asintomatici per tracciare», be’, si può proporre un modo diverso di vederla: non siamo stati in grado.

Non siamo stati in grado

Si potevano fare molte cose, e meglio: screening, pianificazione più accurata, implementazione della tecnologia, rafforzamento delle infrastrutture di monitoraggio. Capire i tempi e rispettarli. Ma non vale più la pena di accanirsi su questo. Suona vecchio, suona troppo 2020. Appena abbiamo intravisto lo «spiraglio di luce» abbiamo rinunciato. Avanti con il distanziamento quindi, solo con quello e con le sue conseguenze sociali ed economiche, fino a quando saremo tutti immuni. Immuni, già.

Nel frattempo, però, resta da misurare la disponibilità reale all’idea di vaccinazione del popolo italiano. Per anni la diffidenza nei vaccini è aumentata nel nostro paese, come un’epidemia prima dell’epidemia. Il clima antivaccinale è stato assecondato più o meno apertamente da certe forze politiche, ormai è endemico, soprattutto in determinate comunità, e sta per presentarci un conto severo.

Le uscite improvvide degli ultimi giorni da parte di certi personaggi di spicco (di spicco per motivi che non hanno nulla a che fare con la competenza medica) sono solo i primi segnali di qualcosa che nel 2021 scopriremo, con finto stupore, molto più comune di quanto vogliamo credere.

Nel frattempo, mentre i camion dei vaccini sfrecciano per l’Europa, il virus è arrivato nel luogo più remoto di tutti, il più facile da proteggere almeno in linea di principio: una base scientifica in Antartide. Anche questa è una metafora su cui vale la pena di riflettere.

Comunque vivere

Nel frattempo, mentre attendiamo il nostro turno per l’immunità, dovremmo sforzarci di non spingere sempre più lontano da noi l’ipotesi di questa malattia. E provare, invece, a fare nostre le parole difficili di Susan Sontag, quando ci ricorda che «la malattia è il lato notturno della vita, una cittadinanza più gravosa», che «ogni nuovo nato detiene una duplice cittadinanza, nel regno dei sani e nel regno degli infermi. E per quanto preferiremmo tutti servirci soltanto del passaporto migliore, prima o poi ciascuno di noi è costretto, almeno per un certo tempo, a riconoscersi cittadino di quell’altro luogo».

Nel frattempo, ricordiamoci che questo vivere non è e non è stato un essere morti né comatosi, se non per i troppi che sono morti davvero. Per noi altri è vivere un po’ meno magari, un po’ più faticosamente, ma è comunque vivere.


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