Joe Biden sta vincendo le elezioni Usa: a che punto siamo, e cosa manca

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Joe Bidensembra ormai a un passo dalla vittoria alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti.

Secondo i conteggi dell’agenia Associated Press — la più accurata e cauta nell’assegnare gli Stati — all’ex vice di Barack Obama basterebbe conquistare il Nevada (lo Stato di Las Vegas, che vale 6 grandi elettori) per battere l’attuale inquilino della Casa Bianca, Donald Trump. (Qui sotto trovate la mappa aggiornata).

La situazione appare oggi molto diversa da quella emersa nelle ore immediatamente successive alla chiusura dei seggi: in quel momento, Trump sembrava avanti, mentre a Biden la strada verso la Casa Bianca pareva ormai del tutto preclusa. Che cosa è cambiato? E a che punto siamo? Proviamo a rispondere.

Che cosa è cambiato, innanzitutto. La risposta potrebbe (i condizionali sono tutti d’obbligo, al momento, vista la fluidità assoluta della situazione) averea a che fare con uno scenario che era stato previsto — ed era anche molto temuto: vedremo perché — da alcuni analisti: quello del «miraggio rosso». In sostanza, la previsione era questa: Trump avrebbe terminato la notte elettorale con un numero di Stati in cui era in vantaggio superiore a quello di Biden; avrebbe a quel punto potuto «dichiarare vittoria», pur senza alcuna certezza della veridicità di questo scenario; e avrebbe poi osservato crescere un’ondata «blu» (il colore dei democratici, negli Usa), legata al conteggio delle schede arrivate con il voto postale. È quello che — a quanto emerge dai dati — si sta verificando.

Nella notte americana, dopo la chiusura delle urne, Trump ha dichiarato vittoria, sostenendo che Biden non avrebbe potuto superarlo in Stati come la Pennsylvania (dove resta in vantaggio), la Georgia (che ora è in bilico), ma anche Michigan e Wisconsin, dove sembrava in vantaggio.

È avvenuto l’opposto: mentre i conteggi procedevano in Michigan e Wisconsin, Biden cresceva: ed è arrivato a vincere quegli Stati (sempre secondo le proiezioni Ap).

A Biden la Ap ha assegnato anche l’Arizona, che Trump ha vinto nel 2016, sostenendo che non ci siano ormai abbastanza voti da contare per un recupero da parte dell’attuale presidente. La decisione è arrivata quando erano stati contati l’80% dei voti, Biden era avanti di 130mila voti. La campagna elettorale di Trump ha annunciato battaglia, sostenendo che qui, a mancare, siano i voti rurali, pro-Trump.

Con l’Arizona, il candidato democratico si è dunque posizionato — come dicevamo all’inizio — a soli sei grandi elettori dalla quota di 270, la quota necessaria per vincere.

Come è stato possibile? Il motivo ha a che fare con una situazione che non si era mai verificata, negli Stati Uniti: quasi 102 milioni di persone hanno votato prima del giorno delle elezioni, cioè del 3 novembre. Perché? Per evitare l’assembramento ai seggi, visto che ci stiamo muovendo in una situazione che non si verificava da decenni, nel mondo: una pandemia, quella da Covid. E come hanno votato, prima del giorno delle elezioni? In due modi: sfruttando l’apertura anticipata dei seggi (lo hanno fatto sia Trump sia Biden: votando in presenza, ma in anticipo) o usando il voto per posta. Lo hanno fatto milioni di cittadini negli Stati Uniti: e non era mai accaduto che arrivassero, per posta, così tanti voti.

Ora, il voto per posta ha tre caratteristiche importanti, anzi decisive. Primo: viene gestito da ogni Stato in modo diverso. Ogni Stato conteggia i voti in un momento diverso, e con criteri diversi: per fare solo due esempi, come scritto qui, la Pennsylvania accetta le schede che arriveranno fino al 6 novembre, purché dotate di timbro postale che certifichi che siano state spedite entro il 3 novembre; alcuni Stati non «separano» il conteggio dei voti per posta da quelli espressi di persona. Secondo: è sproporzionatamente democratico. Gli elettori democratici hanno, nei confronti della pandemia, un atteggiamento molto più cauto. La scriviamo in modo impreciso, ma è per intenderci: tra gli elettori democratici sono di più quelli che credono alla pericolosità del virus, rispetto agli elettori repubblicani. E il comportamento è stato conseguente: molti più democratici che repubblicani hanno usato il voto per posta. Terzo: Trump sapeva benissimo di questa dinamica. E ha da tempo iniziato a lanciare attacchi al voto per posta, ripetendo — per mesi — che il voto per posta fosse uno strumento di per sé fallace, una porta a brogli su vasta scala. (a un certo punto aveva anche ventilato, via tweet, l’ipotesi di rinviare le elezioni : ipotesi mai presa in considerazione). Ora Trump sta dicendo quello che ha sempre detto: che il voto postale è una frode. Il punto è che, ora come nei mesi scorsi, Trump non ha mai portato prove di questa affermazione, che è di per sé molto importante, e grave.

Ora, le prossime domande. A che punto siamo? E che cosa può succedere?

La prima: a che punto siamo. Manca pochissimo: almeno in teoria. Lo abbiamo detto sopra: a Biden basta il Nevada per vincere. Ma in Nevada sta succedendo questo: nella contea più popolosa, la Clark County, dove c’è Las Vegas, i risultati continueranno ad arrivare nel pomeriggio di giovedì; e in quei risultati ci saranno anche i voti postali arrivati martedì e mercoledì. Ma quanti sono, quei voti postali? Difficile saperlo: il Nevada ha spedito schede a casa di tutti gli elettori registrati (che sono 1,7 milioni), a causa della pandemia. E ha deciso di lasciare aperto il conteggio fino al 10 novembre (farà fede il timbro postale, come detto sopra).

Non solo: il team legale di Trump ha annunciato una battaglia durissima (non solo in Nevada, ma anche in Pennsylvania, Michigan e Georgia).

E ora, che cosa può succedere? La risposta è che è molto molto difficile saperlo. Se anche la Ap assegnasse a Biden il Nevada — assegnandogli dunque i 270 voti necessari — occorrerebbe attendere l’ufficialità dei dati: a meno che Trump non ammetta la sconfitta e conceda la vittoria a Biden. Questo sembra uno scenario altamente improbabile (anche se nel Partito repubblicano c’è qualcuno che inizia a pensare che sarebbe meglio farlo: anche perché i Repubblicani avrebbero comunque la maggioranza in Senato, e una presidenza Biden partirebbe con un grande ostacolo davanti a sé). E mentre si preparano lunghe battaglie legali — lo abbiamo raccontato qui — la tensione si alza in molte zone del Paese: ci sono stati scontri a New York si (dove manifestanti hanno appiccato roghi e fronteggiato gli agenti di Polizia a Washington Square); in Arizona, nella popolosa Maricopa County decine di manifestanti pro-Trump, alcuni dei quali armati, si sono radunati davanti al centro elettorale dove è in corso lo spoglio dei voti chiedendo di entrare.


Articolo in aggiornamento…

5 novembre 2020 (modifica il 5 novembre 2020 | 10:54)

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