I dubbi, la firma slittata e la linea di Conte

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Il malessere dei cittadini, le proteste dei commercianti e gli attacchi delle opposizioni che invocano un governo di unità nazionale il premier li ha messi nel conto. Sa bene che il Paese è «spaccato a metà», sente che la frustrazione e la rabbia montano e che il timone può sfuggirgli di mano. «Ma chi governa non può lasciarsi influenzare», è il mantra di Giuseppe Conte nelle ore più difficili del suo secondo mandato a Palazzo Chigi: «Dobbiamo stringere ancora, con questi dati rischiamo di non reggere. Le prossime settimane si preannunciano molto complesse, non possiamo abbassare la guardia». E non si può più sbagliare, sembra dire nel video messaggio del mattino alla Cna: «Siamo consapevoli che non tutte le misure adottate hanno agito con la tempestività necessaria».

Complessa a dir poco è stata anche la stesura del Dpcm, congegnato in corsa, in un clima di grave emergenza, per rincorrere il virus al galoppo. A metà pomeriggio il testo sembrava pronto e così il discorso per spiegare agli italiani la nuova, dolorosa stretta, cui ha dovuto arrendersi per le pressioni del Pd e delle Regioni. Ma poi la firma è slittata a domenica e così la conferenza stampa, che era fissata per le 20.30. Troppe tensioni dentro la maggioranza, divisa tra il Partito democratico che invoca misure ancora più dure, Italia Viva che le vorrebbe più morbide e il M5S che si oppone a chiudere le frontiere territoriali.
Troppo aspro il confronto con le Regioni, nonostante il nuovo appello del presidente Sergio Mattarella a una «leale e fattiva collaborazione tra le istituzioni della Repubblica».

Per condividere il peso delle scelte in un momento tanto grave Conte illustra la bozza ai leader delle opposizioni. Ma poi i governatori, guidati da Stefano Bonaccini, scrivono all’«illustre presidente» e ai «gentili ministri» Speranza e Boccia. Chiedono tavoli di confronto in cui discutere «adeguate forme di ristoro» per le attività danneggiate. Vogliono la didattica a distanza per i licei «fino al 100%» e spingono per lasciare aperti i confini tra Regioni. Ma il punto su cui ci si scontra fino a notte è il destino dei ristoranti. «Se li chiudete alle 18 la metà rischia di non aprire nemmeno a pranzo», attacca il presidente Bonaccini. La controproposta è che i bar abbassino le saracinesche alle otto della sera e i locali con il servizio al tavolo chiudano alle 23. E niente serrata domenicale. Per la soluzione più morbida si batte la capo delegazione di Italia Viva, Teresa Bellanova: «Chiudere alle 18 avrebbe ricadute pesantissime sulla filiera agroalimentare». E Conte, nel tentativo di mediare: «Non ho problemi a decidere la stretta, ma sulle 18 ho anch’io forti dubbi».

Speranza, spaventato dalle terapie intensive e dagli ospedali in affanno, difende la linea dura: «Oggi siamo ancora in tempo per governare la curva dei contagi». Domani, chissà. E così alle undici di sera le lancette tornano a indicare le ore 18, con l’impegno di Conte a far arrivare i soldi agli esercenti entro due settimane con un bonifico dell’Agenzia delle entrate. Su una cosa Conte si è trovato in sintonia con Speranza e cioè che le nuove regole non debbano essere definite coprifuoco, parola che «è associata alla guerra e trasmette ansia». La formula individuata non è un lockdown, ma una via di mezzo con cui il giurista pugliese, com’è nel suo carattere, prova a tenere insieme tutto.

Raccontano che il premier, tenendo un occhio sui numeri allarmanti del virus e l’altro sulle immagini degli scontri di Napoli, riguardo alla filosofia di fondo non abbia mai avuto dubbi: «Se non proteggeremo la salute dei cittadini non potremo proteggere nemmeno la salute dell’economia». Il tormento fisso di queste ultime ore, ritmate da vertici con i capi delegazione, consultazioni con i presidenti delle Regioni e dal confronto con i capigruppo di maggioranza e opposizione, è stato come dosare gli interventi «in maniera chirurgica e calibrata». La rivolta di Napoli lo ha spaventato moltissimo, ma lo ha anche convinto che a decretare troppo bruscamente un lockdown generale, come ha fatto De Luca in Campania, si rischia di innescare incendi difficili da domare. Il malessere va ascoltato e il Paese, è il pensiero di Conte, va accompagnato per mano: «Dobbiamo tenere duro ancora a ottobre e a novembre, per non arrivare a Natale con la curva dell’epidemia fuori controllo». E non è attendismo, va ripetendo il premier, «è gradualità e proporzionalità».


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