Gigi è morto: e ora Roma ha un colle in meno | Walter Veltroni

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A Roma ora c’è un colle in meno.

Gigi era il volto migliore di questa città meravigliosa e bistrattata.

Era popolare e colto, spiritoso e sensibile. Poteva essere Kean e Mandrake, insieme. Poteva interpretare Shakespeare o Petrolini, insieme.

Aveva fatto tanta gavetta, Gigi. E si vedeva tutta. Raccontava quando, agli inizi, cantava in certi locali dell’Aurelio. «Spostavo la tenda per guardare il pubblico e, in una nuvola di fumo, scorgevo dei bicipiti ben tatuati, allora appannaggio solo di chi aveva salito i tre scalini di Regina Coeli. Una sera uscii titubante per cantare una canzone. Ma per inesperienza feci una cosa che a Roma non devi mai fare, specie in situazioni simili: feci una pausa. Così alla fine di una frase che cantavo assorto: !…M’hanno carcerato” uno dal pubblico, senza fare una piega, disse solo una parola, solo una: “Poco…”. Pensai di smetterla lì, di mollare la chitarra e di mettermi a fare altro».

Non ha smesso, per fortuna. E ha inanellato giorni e mesi e anni e decenni di cose bellissime. Sapendo fare bene tutto.

Cantava benissimo e recitava i classici del teatro con grande maestria, la commedia era la sua tazza di the, della televisione conosceva i tempi e il linguaggio. Ditemi una sola cosa che Gigi non sapesse o non potesse fare. È la grande tradizione degli attori italiani che non sono mai maschere di un solo genere, ma acrobati di mille caratteri. Così Sordi, Gassman, Mastroianni, Manfredi, Tognazzi, Anna Magnani, Totò, Eduardo….

Gigi era colto e popolare. Non coltivava l’aristocratico disprezzo per il pubblico incolto al quale l’Autore, con la A maiuscola, doveva imporre la sua cerebrale creatività ma era, come gli intellettuali artigiani della commedia all’italiana, un meticoloso ricercatore del punto di armonia tra le esigenze di comunicazione di un’artista e il gusto del pubblico.

Gigi ha sempre cercato e trovato il punto di rugiada tra la qualità e la quantità.

Amava la sua città, amava la lingua dei romani, sapeva dare rappresentazione a un’indole, a dei tempi espressivi, a un carattere che conosceva bene, perché lo portava consapevolmente dentro di sé, da sempre.

Insieme progettammo e realizzammo il Globe Theatre che era il suo sogno. Ne parlammo un giorno in Campidoglio e qualche mese dopo lo inaugurammo. Il Globe, come prima il Brancaccio, era la sua passione, lo sentiva come la sua casa. Ogni volta che ci parlavamo mi raccontava del pubblico, degli spettacoli, delle persone che ci lavoravano.

Lì l’ho visto recitare un Kean strepitoso. Ed era lo stesso essere umano che per la millesima volta, non so se prima o dopo, mi aveva fatto sbellicare interpretando Toto, surreale frequentatore di una «saùna». Era lui, sempre lui.

Grande attore, regista, cantante, affabulatore, Gigi era soprattutto un magnifico raccontatore.

Sapeva cogliere l’aspetto grottesco nei fatti e nelle persone e operare nel racconto di essi i tagli necessari a renderli irresistibili. Si poteva stare ore ad ascoltare i suoi aneddoti, le sue storie di vita vissuta.

Ma Gigi per me era soprattutto un amico. Uno dei più cari. Mi fermo per non dovere rovistare dolorosamente nell’armadio dei ricordi di anni di meravigliosa amicizia con lui e sua moglie Sagitta.

L’ultima telefonata, in questo tempo difficile, è di dieci giorni fa, prima che entrasse nella fase conclusiva della sua vita. Lo facevamo con cadenza regolare.

Lui mi leggeva i suoi sonetti, mi raccontava l’ultima barzelletta che aveva saputo, l’ultimo episodio che gli era accaduto, commentavamo la politica o la vita culturale. Alto e basso, sempre. Come nella vita.

Gigi Proietti era un intellettuale popolare. Per questo le persone oggi sono così colpite da questa morte. In questo anno orribile della nostra vita ci mancava anche questa.

La gente voleva bene a Gigi, gli era grata. Come si può non esserlo a chi ti ha fatto ridere e pensare? E ti ha fatto sentire che tra le due cose non c’era incompatibilità? E i romani come possono non piangere chi ha amato questa città e le ha dato la sua voce migliore? «Nun je dà retta Roma, che t’hanno cojonato..».

Lassù, a Castel Sant’ Angelo, da oggi Cavaradossi riprende a cantare la sua canzone.


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