Federico Dalpozzo, il bolognese tra i 100 under 30 italiani più influenti: dal Copernico a Google

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Federico Dalpozzo
Federico Dalpozzo

Dai banchi di scuola superiore del liceo Copernico di Bologna alla sede Google di Dublino. Federico Dalpozzo, 25 anni, è stato inserito pochi mesi fa tra i cento under 30 italiani più influenti secondo l’annuale classifica di Forbes: ma questo è solo uno degli ultimi riconoscimenti che il ragazzo cresciuto a San Lazzaro di Savena ha collezionato negli ultimi anni, a partire proprio dall’assunzione a Google, a triennale ancora non conclusa, per occuparsi dell’individuazione di aziende italiane dalla potenziale crescita nel digital marketing. L’occasione per entrarvi è stato un periodo di studi all’estero grazie al programma Erasmus dell’Università di Bologna che, da Management e Marketing, l’ha portato in Olanda (dove poi ha conseguito anche un executive master in International Business and Management). All’interno di Google vi è entrato come dipendente più giovane di tutti e se non lo è ancora, poco ci manca. Lo smart working l’ha riportato a casa per un periodo un po’ più lungo del previsto, ma l’idea è quella di ripartire presto per continuare a coltivare la sua indole internazionale da uomo con sempre la valigia pronta. Ma l’essere a Bologna proprio in questi giorni gli ha permesso di fare in prima persona in bocca al lupo per il nuovo anno accademico agli universitari dell’Alma Mater.


In occasione dell’Alma Mater Fest ha partecipato a un talk dal titolo «Il coraggio di innovare». Ma ci vuole più coraggio a essere innovatori o a rimanere immobili?
«È una bella domanda, però sì, sicuramente ci vuole coraggio a essere degli innovatori, mentre sembra essere più facile rimanere fermi. Questo almeno dal preciso osservatorio e dalla prospettiva del mondo imprenditoriale, perché innovare, nella maggior parte dei casi, vuol dire anche lasciare un porto sicuro, prendere una direzione mai presa, abbandonare una zona di comfort e, ancora, intraprendere nuove strade senza sapere dove queste potrebbero portare. Nel talk si è parlato proprio di questo a partire da una domanda sulla mia prima start up, lanciata a 20 anni, all’epoca della triennale: “Come si fa ad aprire un’azienda così giovani, quasi inconsapevoli dei possibili rischi da affrontare?”».

Nel suo caso il coraggio da dove arriva? C’è stato un evento in particolare che ha fatto scattare questo carattere o è qualcosa di connaturato?
«Non un momento particolare, soprattutto non improvviso, perché l’idea è che sia una caratteristica che va maturando nel tempo. Adesso si associa il coraggio all’aver lanciato una start up da giovani, a quell’episodio preciso, ponendo il focus solo su quel fatto e tralasciando tutto il processo precedente. Ma tutto è partito per risolvere un problema concreto, contingente ma strutturale per il mondo universitario, non tanto per il fine o il desiderio di aprire una nuova azienda. L’obiettivo che ci si è posti fin dall’inizio è stato quello di provare ad abbattere i costi delle stampe: quello che ora si può definire coraggio è stato mosso da una necessità, dalla ricerca di una soluzione in modo pragmatico. Poi, ovviamente, è necessaria la voglia di mettersi in gioco, senza temere troppo».

In ogni caso è riuscito a essere nominato tra i 100 under 30 italiani più influenti secondo l’ultima classifica di Forbes. Ma cosa si prova e che tipo di responsabilità si ha?
«È una grande responsabilità in primis nei confronti dei giovani, verso i quali bisogna credere davvero: il dialogo diretto con loro, in università e non solo, è di fondamentale importanza nell’ottica di una reale condivisione dei percorsi, specialmente se non sono del tutto convenzionali come in questo caso. In altre parole, significa portare un esempio di come sia possibile avere una storia professionale diversa da quella che tutti si immaginano, ovvero un tre più due, un master, un tirocinio e, alla fine, un lavoro. Tuttavia il riconoscimento di Forbes, per quanto assolutamente prestigioso, è solo uno dei tanti».

E infatti è membro dell’Almae Matris Alumni Association, è ambassador di Jebo, tiene molte lezioni universitarie e nelle scuole. Qual è il valore aggiunto del dialogo diretto a differenza di una lezione frontale tradizionale?
«Probabilmente la visione di un percorso: potersi confrontare e sentirsi raccontare direttamente alcune esperienze professionali permette di tracciare un’immagine un po’ più precisa di cosa si possa fare; in questo caso preciso lavorare in una sede Google. Da molti è considerata un’opzione troppo lontana, quasi impossibile da raggiungere e per la quale non si è abbastanza pronti. Ma, oltre a questo, c’è anche un altro aspetto importante, ovvero la possibilità di dare qualche spunto concreto su quali siano le opportunità del settore in un dato momento. Tutto questo è forse un modo per dare anche un po’ di fiducia in più nel futuro, nelle rispettive abilità imprenditoriali e, perché no, trasformare le proprie passioni in un “fare impresa” reale».

Ma com’è lavorare in Google?
«Ciò che colpisce di più è la grandezza della sede di Dublino, ma anche la sua internazionalità, con colleghi provenienti da tutto il mondo. L’invito, del resto, è proprio quello di abbracciare tutte le diversità che si vanno incontrando, diversità dalle quali scaturisce progresso. L’essere poi un ambiente giovane dà la possibilità di confrontarsi con tante menti pronte a mettersi in gioco pur provenendo da percorsi diversissimi: si cerca sempre di riunire le storie più disparate, i profili e i background più lontani per portare altrettanti diversi punti di vista. Ognuno, dunque, è portatore di un percorso quasi unico e sicuramente personale».

A proposito del coraggio da cui siamo partiti: ha appena concluso anche una mezza maratona…
«Sì, quella di Padova è stata solo una mezza, ma dalla prossima settimana inizia il tour di cinque maratone che si concluderà con l’ultima a febbraio, tutte in città europee diverse: Barcellona, Siviglia, Malaga, Rotterdam… la corsa è una grande passione, indispensabile per ritagliarsi un po’ di spazio extra dal lavoro, oltre che a essere uno spazio di riflessione».

Quindi non lo cambierebbe mai il suo lavoro?
«Per il momento no, anche in virtù delle possibilità di ulteriore crescita, però un domani non si può sapere. Quel che è certo è la passione per il mondo imprenditoriale, che potrebbe anche portare all’idea di un nuovo esperimento “in proprio”».

Eventualmente anche a Bologna?
«Assolutamente sì e probabilmente il ritorno a casa per via dello smart working dopo quattro anni ha contributo a far scoprire un lato della città poco esplorato prima, sotto un nuovo punto di vista però. Non sembra più così stretta come qualche tempo fa. Stando all’estero, inoltre, ci si rende conto di più e meglio dell’amore per il proprio Paese e di quanto si possa dare per lui. Adesso non è il momento, perché ci sono ancora molti aspetti su cui crescere prima di tornare, ma comunque è già un’idea che si fa sentire».

Manca qualcosa a Bologna, soprattutto partendo dal suo osservatorio lavorativo?
«Manca un aspetto solido, pur essendoci già qualche sprazzo, di business internazionale, dunque una posizione importante anche a livello europeo. In altre parole, andrebbe potenziata la presenza di multinazionali con un certo posizionamento, la presenza di corporate: una mini Google non sarebbe male, con le sue mense, con i suoi open space da lavoro, le palestre e le sue piscine. Tutto è pensato per rendere l’ambiente il più accogliente possibile, nonché per stimolare la creatività, la produttività e il benessere dei dipendenti. Prima di lei ci sono tante altre realtà più piccole, una di quelle potrebbe già essere un buon punto di partenza».

Un sogno nel cassetto?
«Riuscire a realizzare di nuovo qualcosa di personale da poter plasmare è probabilmente il primo da un punto di vista professionale, ma prima c’è bisogno di ancora un po’ di esperienza e di vita in altre città del mondo. È anche vero che per certe cose non ci si sente mai pronti. Qui entra in gioco quel pizzico di inconsapevolezza indispensabile».

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23 ottobre 2021 (modifica il 23 ottobre 2021 | 14:09)

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