Fazi avvince con Napoleone e Leopardi

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ELIDO FAZI, ”POTENZA E BELLEZZA” (FAZI, pp. 432 – 20,00 euro) – E’ solido e appassionato nei suoi amori Elido Fazi, a cominciare da due grandi poeti autori di immortali canti e idilli, John Keats e Giacomo Leopardi, così al primo, di cui ricorrono tra pochi giorni, il 23 febbraio, i 200 anni dalla morte, ha dedicato le riflessioni e racconto di ”Bright star” e la biografia ”L’amore della luna”, al secondo, dopo ”La bellezza di esistere”, un’autobiografia da cui emerge tutto il suo amore per la poesia e l’eco del conterraneo poeta di Recanati, ecco ora ”Potenza e bellezza”.
    Quest’ultimo è per certi versi, sin dal titolo, la sintesi delle due facce dell’autore, il letterato innamorato della bellezza della poesia e l’economista che smaschera la dittatura del potere, avendo scritto due saggi dedicati a quello finanziario internazionale.
    Il gioco ideato da Fazi, che racconta in parallelo l’ascesa e caduta di Napoleone in Europa dalla campagna d’Italia a Waterloo, di cui smonta con i particolari ogni possibilità di lettura gloriosa, e la vita di Monaldo Leopardi e la nascita del genio di suo figlio Giacomo nella piccola provincia marchigiana proiettato nell’infinito della poesia, è fascinoso e portato avanti trovando punti di vista particolari e con una scrittura partecipe e documentaria assieme, che ricostruisce e sintetizza in modo incisivo e coinvolgente.
    La potenza della forza e delle armi (quella della Francia che ”gravitando con il suo immenso peso sopra di noi, ci ha costretto a gemere in un silenzio impotente fra le catene”) si contrappone alla bellezza dell’arte e ”se fosse vero che il paradigma per valutare la felicità degli stati è la Bellezza e non la Potenza, probabilmente non esisterebbe al mondo un popolo più felice di quello degli Italiani”, basterebbe riuscisse da avere anche la pace che ”solo su di essa può fondare la speranza di un prospero stato”. E’ praticamente la conclusione del libro di Fazi che, subito dopo aver raccontato l’estrema disfatta di Napoleone e la morte di Gioacchino Murat nel 1815, l’affida alle parole di un timoroso Giacomo Leopardi diciassettenne e la sua ”Orazione per la liberazione del Piceno” tenuta all’università di Macerata in quello steso anno.
    Queste ”cronache da Roma e da Parigi (1796-1815)”, come recita il sottotitolo del romanzo, come lo definisce l’autore (e editore con la casa editrice che porta il suo nome) trova la sua forza e il suo margine di invenzione nella ricostruzione storica e biografica, nell’invenzione del gioco narrativo e nei particolari e dei rispecchiamenti. Mentre Napoleone inizia la sua carriera, il giovanissimo Monaldo col sensale Costantino in un’osteria di Bologna contrattano un matrimonio per il primo, conte di Recanati, con un principe che cede la mano di sua figlia Diana. Monaldo Leopardi è travolto dal buon contratto e i festeggiamenti, ma quando tornerà nelle sue amatissime Marche ( di cui è originario anche Fazi) si scopre pentito e non sarà davvero facile liberarsi di quell’impegno pubblico. Per fortuna Costantino è un amico e ha un figlio Giacomo, come si chiamerà poi anche il figlio di Monaldo, che davanti all’avanzata e le soperchierie napoleoniche metterà su un gruppo di partigiani antifrancesi, iniziativa che, tradito e colpito negli affetti, gli costerà la vita. La sua morte segna l’altro Giacomo undicenne che sta scrivendo i suoi primi versi e crea un parallelismo tra il figlio di Costantino e l’eroe di Troia Ettore, di cui canta la morte, davanti alla quale ”torcon lo sguardo inorriditi i numi”.
    Ecco così il crescere di un ragazzo che diviene adolescente e ”in molti considerano un prodigio” per la sua preparazione e cultura e la capacità, col suo discorso, di porre temi e domande generali legate al momento particolare, mentre dall’altra parte lo ”sbarbatello”, il ”generalino” , il ”bottegaio nominato generale a soli 14 anni” di successo in successo era diventato da pochi anni imperatore della Francia, iniziando poi la sua discesa e caduta. E mentre gli orizzonti del generale si chiudono quelli di Giacomo si aprono sull’ Infinito, i cui versi sono messi a postilla del racconto di Fazi: ”…. E come il vento / odo stormir tra queste piante, io quello / infinito silenzio a questa voce / vo comparando e mi sovvien l’eterno,/ e le morte stagioni, e la presente / e viva, e il suon di lei…”.


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