Di Battista lascia. L’eterno stare fuori di Ale il ribelle che Grillo immaginava suo «erede sul palco»

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«Di Battista chi?» Da dove cominciare. Un aiuto arriva dal messaggio di un deputato molto governativo che risponde così alla richiesta di una opinione sull’addio dell’ex enfant prodige del M5S. Poi ci sono i ricordi. Come le indimenticabili lezioni di giornalismo offerte «umilmente e in grandissima simpatia» ai cronisti che lo seguivano ovunque. Siate brevi, cercate le notizie in Italia, che tanto ormai i pezzi lunghi come i reportage dai luoghi esotici non li legge più nessuno.

E si potrebbe andare avanti, con la tiritera del Che Guevara di Roma nord, «le spremute di umanità», con il libro su Bibbiano che stiamo ancora aspettando, con l’indubbia tendenza a piacersi molto. In questi anni è stato spesso rivoltato come un calzino, Alessandro Di Battista, tanto per citare un esergo della cultura giustizialista a lui cara. Spesso è stato preso in giro per le sue uscite di politica estera, dall’ammirazione per la Cina a quella per i Gilet gialli, tutto purché contro L’Europa e in subordine gli Stati Uniti, mai amati sulla scia delle suggestioni paterne.

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Il fuoco è stato quello amico, o presunto tale. Gli è stato detto di tutto, che aveva bisogno di un lavoro, che chiedeva un ministero, calunnie assortite. Era ritenuto un corpo estraneo, senza alcuna carica che non fosse una lontana investitura da parte di Beppe Grillo, fuori dalla vita del M5S eppure immanente e soprattutto troppo loquace. «Stiamo andando verso un burrone» disse quando stava per decadere la regola dei due mandati. Il messaggio che apre questo articolo è innanzitutto la prova di un distacco fisico ed emotivo. Chi è rimasto a bordo della corriera pentastellata, ritiene che «Dibba» abbia perso ogni diritto alla critica. Si è dissidenti solo rimanendo dentro.

Nel settembre del 2017, durante la manifestazione di Italia a 5 Stelle a Rimini, apparve in diretta dall’ospedale dove attendeva la nascita del suo primogenito, motivando la decisione di non candidarsi alle primarie per eleggere il capo politico «con un impellente bisogno di libertà». La scelta di chiamarsi fuori da ogni competizione interna, ancora prima della rinuncia alla ricandidatura in Parlamento, lo cristallizzò nella figura dell’outsider, quello che piace tanto ma conta poco.

Ma Di Battista continuava a essere un rebus insolubile per i vertici del M5S. Neppure lo scontro con Grillo, eresia delle eresie, aveva scalfito il suo fascino. Nel novembre del 2020, tre mesi dopo il botta e risposta con l’Elevato, si era svolta la consultazione su Rousseau per scegliere i trenta iscritti chiamati a parlare agli Stati Generali. Il risultato è stato secretato, per decisione del garante Vito Crimi. Avevano votato in venticinquemila. I sussurri riportano di un Dibba plebiscitato da 13 mila voti. Di Maio, per dire, ne avrebbe presi solo 4 mila.

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Anche la spiegazione di questo filo teso che lo teneva legato alla base può essere trovata aprendo l’album dei ricordi. Nell’inverno del 2013 un giovane Di Battista sotto al palco dello Tsunami Tour guarda in estasi Grillo che racconta di non essere affatto un estremista: «Io sono sempre rimasto fermo, sono gli altri che si sono mossi». Primavera del 2014, davanti al cantiere di Rho. Grillo e Dibba indossano la maglietta «Expo Invaders». «Qui sarà un fallimento annunciato», dicono. Poi il futuro Elevato aggiunge che i Cinque Stelle «erano come i panda, destinati a stare da soli» e indica il ragazzone romano. «Di Maio è un Casaleggio senza capelli, lui invece è simile a me, sarà il mio erede sul palco».

L’ultima cartolina, tra le tante, arriva da Venaus, capitale dei No Tav. Inverno 2015, Di Battista in osteria che dirige i cori contro Silvio Berlusconi. «Beppe dice che se andiamo al governo, lo sbattiamo in galera». Tutti gli altri si sono mossi, eccome. Esercitando una coerenza che gli va riconosciuta, Alessandro Di Battista invece è rimasto fermo. E si è trasformato nell’ultimo panda dei Cinque Stelle.

12 febbraio 2021 (modifica il 12 febbraio 2021 | 08:08)

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