De Andrè-Bubola: 43 anni fa usciva l’album «Rimini»

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Se anche Fabrizio De André è stato «rock» molto lo si deve a Massimo Bubola. L’artefice di quella (temporanea) svolta di Faber, a cavallo tra gli anni 70 e 80, fu infatti il cantautore veronese, che realizzò con De André le musiche e i testi di “Rimini” – uscito esattamente 43 anni fa, il 2 maggio 1978 – e del successivo “L’Indiano” del 1981, di cui ricorrerà il 40° anniversario a luglio.


La letteratura del rock

Dischi che introdussero in Italia la «letteratura del rock», sull’onda di Bob Dylan e dei Rolling Stones, i quali hanno fortemente influenzato Bubola, oggi 67enne, artista che ha sempre concesso poco o nulla allo stereotipo del cantautore italiano. Bubola infatti è certamente uno scrittore di canzoni (e di libri, è stato finalista al Premio Strega con il romanzo Ballata senza Nome nel 2018), ma è parimenti musicista e chitarrista dall’inesauribile anima folk-rock. Ha all’attivo ha 21 album da solista, ha regalato a Fiorella Mannoia musica e testo de Il cielo d’Irlanda e, sempre con De André, nel 1990 ha composto la celebre Don Raffaé. “Rimini” ha appena compiuto 43 anni, ma fu concepito già nel 1976, quando De Andrè, disposto ad abbandonare per qualche tempo la chanson francese ispirata a Brassens, conobbe Bubola. “Avevo poco più di vent’anni, il primo incontro avvenne nella sua casa discografica, la Produttori Associati, che si trovava vicino alla stazione centrale di Milano…” ricorda l’artista veronese.

Come andò? «I primi tempi ci vedevamo di tanto in tanto, ma parlavamo di tutto tranne che di musica. Poi mi chiamò perché lo raggiungessi a Tempio Pausania, nell’entroterra gallurese, in Sardegna, dove aveva da poco comprato un terreno e costruito un’azienda agricola. Lì abbiamo cominciato a progettare di scrivere qualcosa insieme. Con noi c’era Fabrizio Bentivoglio che lo aveva aiutato nella scrittura dei testi di due album precedenti: ‘Storia di un impiegato’ e ‘Né al denaro né all’amore né al cielo».

De André però era alla ricerca di nuovi linguaggi… «Vedevo Fabrizio confuso, quasi impaurito nell’iniziare un nuovo lavoro. Io ero ero molto giovane, suonavo e cantavo in una band a Verona, scrivevo canzoni e traducevo dall’inglese brani di Cohen, Led Zeppelin, Dylan e le adattavo in italiano. Ero molto affascinato dal suono elettro-acustico di quegli anni. Quello dei Rolling Stones di “Exile on Main Street” o di “Black & Blue”, allora appena pubblicato. Quello dei Led Zeppelin di Immigrant Song. Quello di Neil Young degli album “Harvest” e “Zuma”. Quello di Dylan in album come “Planet Waves” e “Blood on the Tracks” e infine “Desire”, di cui poi proposi la traduzione di Romance in Durango».

De André era più “francese”… «Fabrizio era legato oltre a Brassens anche a Brel e Leo Ferré. Il rock non era parte della sua cultura, anche se apprezzava Dylan. Alla fine gli feci sentire un po’ di canzoni che avevo scritto ed altre idee che avevo in mente e gli piacquero, e decidemmo di lavorarci sopra e di iniziare. Così nacquero le prime canzoni come Andrea, Volta la carta e Rimini».

Come passavate quelle giornate in Gallura? «Fabrizio, come è ed era noto, aveva problemi di alcolismo e poi fumava in continuazione e quindi aveva poi molto bisogno di dormire, perciò spesso lavoravamo in orari diversi e per certi periodi ci vedevamo poco, poi ci confrontavamo quando le ore della veglia coincidevano. In quei periodi, vivevo isolato con lui e ne approfittavo per leggere molto e fare lunghe camminate in quelle colline e montagne della Gallura sotto il monte Limbara che erano un paradiso terrestre».

Che rapporto instauraste? Eravate diversi: lui di famiglia alto-borghese, lei proletaria... «Con Fabrizio avevamo 14 anni di differenza, quindi, per me era come un affascinante fratello maggiore e mi piaceva ascoltarlo nei suoi tanti racconti, riferimenti e nella sua visione delle cose. Fabrizio aveva anche una bellissima villa sul mare di fronte alle Bocche di Bonifacio in Sardegna, in una zona esclusiva, con spiagge private, un piccolo porto ed un club. Siamo andati spesso a pesca di fronte alla Corsica. Gli feci molti lavori manuali anche nella fattoria di Tempo Pausania. Io vengo da una famiglia di origine contadina in cui solo mio padre aveva studiato ed era insegnante, mentre il padre di Fabrizio era una persona influente ed un manager d’industria importante. Tuttavia osservando e analizzando insieme gli avvenimenti e i personaggi di attualità, spesso ci indignavamo oppure ridevamo, perché la poesia e l’umorismo hanno la stessa sorgente, osservare i paradossi, le contraddizioni e le antinomie del vivere».

In “Rimini” lei e De André affrontate temi oggi sdoganati, ma per l’epoca molto forti: l’aborto in Rimini, l’omosessualità in Andrea, la droga e la prostituzione in Sally… «Io e Fabrizio parlavamo della realtà sincrona del nostro Paese, delle sue contraddizioni, delle sue ingiustizie, delle sue ipocrisie e della violenza visibile e di quella fantasma. Usavamo citazioni e riferimenti come la santa inquisizione o la rivoluzione cubana nella canzone Rimini, ma erano tutte immagini atte a suggerire nuove chiavi di lettura di quella realtà in conflitto perenne, reticente e cruenta che stavamo attraversando».

In Coda di Lupo introducete anche il tema degli indiani, come una sorta di olocausto, di una cultura meravigliosa che viene però sconfitta e distrutta militarmente, tema che poi riprenderete nel successivo album “L’Indiano” che a luglio compirà 40 anni. «Io fui ispirato dalle letture che feci da ragazzo, libri come Alce Nero Parla, Seppellite il mio cuore a Wounded Knee, e poi dagli studi storici e antropologici. Infine da tanta filmografia di inizio anni 70 in cui finalmente i pellerossa non erano sempre i cattivi: pellicole come Soldato Blu e Piccolo Grande Uomo sul genocidio dei pellerossa mi avevano sempre molto colpito, ferito e indignato. Invece Fabrizio André, in quegli anni, aveva deciso di andare a vivere in Gallura, sposando quei luoghi e quella cultura. Sentiva che l’antica e mirabile civiltà sarda era in qualche modo in pericolo e a rischio d’estinzione. Farne un parallelo con l’epopea dei nativi americani fu consequenziale. Da lì nacque la canzone Coda di Lupo e poi il disco successivo che avrà proprio un nativo americano a cavallo in copertina».

Il vostro impegno civile era in piena controtendenza in quella società che aveva già voglia di disimpegno. Gli anni 80 del riflusso e dell’edonismo erano alle porte. Qual era la molla ideale che vi spingeva a osare tanto? «Ho sempre pensato che le vere canzoni fossero una parte rilevante della narrativa popolare e quindi bisognasse raccontare la realtà non edulcorata. Le canzoni, per la gran parte della gente allora, erano l’unica forma di poesia a cui avevano accesso, cioè a sintesi in metrica e rima attraverso parole di immagini e visioni. La poesia in musica avveniva già tremila anni fa con Omero ed Esiodo. In Italia non abbiamo più una poesia civile presente forse dai tempi di Dante: la poesia moderna è vista come un mondo lontano e criptico, un esercizio autoreferenziale da salotti e società letterarie. Non è una poesia da recitare ed ascoltare per strada o in un pub, come tanta poesia americana o irlandese contemporanea accompagnata da musica e strumenti ritmici».

Inghilterra, Irlanda e Stati Uniti. Il contesto sociale e geografico in cui nasce e si sviluppa la “letteratura del rock” che lei e De André in “Rimini” introducete in Italia… «Anche il romanticismo, l’impressionismo o il cubismo non nacquero in Italia, ma vennero in qualche modo poi reinterpretati nel nostro paese. La letteratura del rock però non è solo musica, ma è anche poesia e narrativa. È cinema e pittura. È un terreno di aggregazione di tante culture: l’America, da quella dei nativi ai retaggi della letteratura degli immigrati di origine europea, come inglesi e irlandesi che portarono anche il primo folk. C’è l’epica del blues e del jazz della cultura afro-americana e si mescolano le influenze delle musiche popolari e della poesia di tutto il mondo, compresa la componente latina”»

Oggi è difficile sfondare sul mercato mescolando rock e letteratura, non crede? «La causa va ricercata nella cultura pop attuale, legata e condizionata fortemente ad un marketing che ha ridotto le canzoni a spot, a piccoli, fugaci, effimeri successi, creando deserti sterili di sottocultura. Dipende anche dai discografici, che oggi in gran parte non hanno una lunga e profonda conoscenza musicale, quella che hanno se la sono spesso costruita sulle radio o sui programmi musicali della tv».

Quindi non sarebbe possibile oggi concepire un album come “Rimini”? «Non solo “Rimini”, non sarebbe concepibile né recepibile nemmeno un disco di quelli menzionati prima. I discografici che ho conosciuto a inizio carriera erano persone di buona cultura, spesso letterati e comunque buoni conoscitori della musica in generale. Quindi con loro si parlava di questioni rilevanti anche sui contenuti, sull’impianto e sulla sonorità dell’opera che andavamo a costruire in studio. Quelli di oggi invece ti dicono che devono fare quello che va, o per usare una parola orrenda ‘quello che funziona”, come se una canzone fosse un elettrodomestico! La gran parte di loro non ha alcuna visione della musica e segue una strada di cui non conoscono la destinazione. E già si avvertono i danni di queste scelte: come la riduzione del linguaggio e la difficoltà della rappresentazione dei sentimenti».

4 maggio 2021 (modifica il 4 maggio 2021 | 08:27)

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