Dal banco gastronomia ai vertici: l’incredibile parabola di Adriano

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È partito a 18 anni dal bancone gastronomia della Coop ed è arrivato a guidare la cassaforte che controllava Unipol. Basterebbe questo per spiegare l’incredibile parabola di Adriano Turrini. Una storia irripetibile di quella seconda generazione che scelse l’impresa cooperativa come pratica di impegno politico. Una forma di emancipazione collettiva e anche individuale per chi è diventato imprenditore o manager senza diritti di dinastia. Era l’epoca in cui i dirigenti cooperativi non avevano i master ma si erano formati «sul campo». Un altro mondo. La cooperativa come modo migliore per mettere in pratica certi ideali. Così l’ha sempre pensata gente come Turrini, Gianpiero Calzolari o Pierluigi Stefanini.


L’ultima uscita

L’ultima volta gli amici l’hanno visto nei giorni scorsi al funerale di Luciano Calanchi, un mito per quella generazione. «Sono diventato cooperatore mio malgrado — aveva ricordato Calanchi in una bella intervista di Legacoop — All’epoca c’era una specie di gerarchia: le persone migliori lavoravano nel partito, quelle un po’ più scadenti nel sindacato e infine c’erano gli altri che andavano nella cooperazione. Non c’è mai stata valutazione peggiore di questa». Di quell’orgoglio, Turrini è stato espressione fortissima. Anche perché pochi come lui quell’universo l’hanno conosciuto. Non solo la grande distribuzione di quella che una volta era Coop Adriatica, ma anche assicurazioni, costruzioni, alimentare e tanto altro. «La cooperazione è stata ed è la mia passione, non solo professionale, che dura da quasi cinquant’anni», aveva scritto lasciando la guida di Coop Alleanza 3.0, il gigante che aveva creato dalla fusione delle società che si erano sempre guardate con un certo grado di diffidenza.

Le lacrime di Ghedini

«Perdo un amico, un punto di riferimento, una persona lungimirante, il più visionario di tutti. Aveva un senso fortissimo della cooperazione e della giustizia sociale», ricorda tra le lacrime la presidente di Legacoop Bologna, Rita Ghedini. Della cooperazione Turrini era capace anche di leggere limiti e mancanze. Come, per esempio, sul ricambio generazionale. «Ci sono trent’anni di ritardo, di cui mi assumo la mia quota di responsabilità, nella messa in discussione di quegli elementi di autoreferenzialità che hanno caratterizzato la cooperazione negli ultimi decenni», aveva detto di recente in una bella intervista pubblicata da Pandora rivista. Dal suo punto di vista privilegiato aveva visto l’evoluzione della cooperazione bolognese. Un mondo di piccoli che avevano creato dei giganti. Ma lì, secondo Turrini, si rischiava di perdere un po’ il senso della missione.

Non risparmiò critiche e prese di posizione

«Quando ho iniziato ero giovanissimo e il mondo della cooperazione era una rete formata da una miriade di cooperative che cominciavano allora o, in alcuni casi, completavano delle fasi di concentrazione, ma restavano anche molto ancorate a un sistema valoriale nel quale le cooperative erano nate e si erano sviluppate. — aveva detto nell’intervista a Pandora rivista —. Nel complesso credo che la cooperazione abbia perso un po’ quel carattere di rete. Si sono costruite delle imprese eccellenti, che però hanno un rapporto più tenue con la loro missione». Di fronte all’insofferenza che una parte dell’opinione pubblica nutre nei confronti delle coop auspicava l’arrivo di un marziano, tipo quello di Flaiano a Roma. Perché Bologna e l’Emilia senza le coop non sarebbero la stessa cosa. Per lui era marziana anche la vicenda della Colata di Idice. Le villette bloccate dalla sindaca di San Lazzaro, Isabella Conti, che poi denunciò pressioni e minacce. La storia dell’inchiesta e dell’archiviazione è cosa nota. Ma la ferita in quel mondo resta aperta. Turrini, a differenza di tanti suoi colleghi, non risparmiò critiche pubbliche e feroci a chi parlava di «sistema» o «blocco di potere». E non risparmiò nemmeno attacchi alla magistratura; un argomento che, si sa, a sinistra va maneggiato con una certa cura. Una franchezza che aveva creato più di qualche imbarazzo. L’altra grande passione di Turrini era la Virtus. «A Palazzo Adriano perdeva ogni freno», ricorda chi lo conosceva bene. Tanto che in parterre c’era anche un gruppetto fidato con il compito di fermarlo in caso di invasione di campo. Quasi nessuno è perfetto.

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24 settembre 2021 (modifica il 24 settembre 2021 | 08:41)

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