Coronavirus in Emilia-Romagna, la nostra guerradi trincea

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Quando lo scorso marzo abbiamo conosciuto per la prima volta l’inferno sanitario, economico e sociale della pandemia, avevamo davanti due opzioni. La prima: cercare un punto di equilibrio difficile tra l’esigenza di tenere acceso il motore del Paese e quello di contenere la strage di vite umane e di garantire la tenuta del sistema sanitario. La seconda: fermarsi, spegnere i motori e ridurre drasticamente il contagio. Abbiamo, con saggezza, seguito la seconda strada. Non molti lo ammettono: ma questa seconda opzione non esiste più. Non ci sono più le condizioni minime vitali per bloccare il Paese un’altra volta, si rischierebbe qualcosa di mai visto dal Dopoguerra. Per cui, se possibile, questa volta sarà ancora più difficile affrontare la situazione perché l’unica via percorribile passa per un sentiero molto stretto.

Ancora dieci minuti

L’altra sera mi è capitato di vedere i dieci minuti finali di una partita di Champions League che si giocava in Italia e come in un film distopico ho temuto che a un certo punto entrassero degli uomini con lo scafandro bianco che interrompevano la partita e mandavano tutti a casa, dicendo che bisognava tornare tutti dentro. I dati stavano peggiorando troppo in fretta. Tutti a casa, chiudere tutto, tornare a lievito e farina. Non è fantascienza perché a marzo è successo più o meno così. E invece la partita è finita e ho pensato che quelle mille persone che sono potute entrare hanno azionato ancora il pulsante della vita almeno per una sera, hanno preso una macchina, forse un autobus (si spera distanziati), mangiato un panino, mandato un video del gol di Immobile. La tv ha incassato i soldi dalla pubblicità, le squadre i diritti televisivi. Siamo andati avanti per dieci minuti. Applichiamo lo stesso discorso a tutto il resto. Altri dieci minuti: per i ristoranti, i bar, le palestre, le attività produttive, il teatro, i cinema, la ferramenta sotto casa, i parrucchieri, per tutto quello che tiene in piedi l’economia. E poi ci sono le scuole e anche qui bisogna difendere con i denti la possibilità di andare avanti ancora dieci minuti.

Le chisure necessarie

E al tempo stesso però quei dieci minuti sono pericolosi perché in certe zone bisogna chiudere, disporre il coprifuoco e ovunque bisogna evitare gli assembramenti, tracciare, andare avanti con la ricerca del vaccino e continuare a fare i tamponi per evitare di finire nell’inferno degli inferni. I prossimi mesi della nostra vita saranno una continua guerra di trincea, centimetro per centimetro, come i dieci minuti finali di quella partita. Perché tutti sono più o meno consapevoli che un altro lockdown generale avrebbe conseguenze incalcolabili e che questa volta siamo di fronte a una doppia guerra sistemica da fare in trincea: trovare il punto esatto in cui si può mantenere in vita il paziente (la nostra economia, il nostro sistema educativo e il Paese) e al tempo stesso difendere le nostre vite, la nostra salute e la tenuta del sistema sanitario. Chiunque non tenga conto di entrambe le questioni non aiuta la guerra di resilienza in atto.

Tamponi e test

Fa piacere leggere che nella prima settimana in cui erano disponibili, già 209 mila emiliano-romagnoli hanno fatto il vaccino antinfluenzale e che nel primo giorno in cui era possibile farlo, 10mila persone hanno fatto il test sierologico in farmacia: sono piccole iniezioni di fiducia nella nostra quotidiana guerra di trincea. I benedetti tamponi rapidi arriveranno solo a fine mese e, anche se non sono affidabili al cento per cento, ci daranno una gran mano. Dobbiamo sapere che giochiamo una sfida matematica contro un virus che quando gli va bene stravince e quando gli va male vince. Ogni persona a rischio che si vaccina per l’influenza stagionale è una persona in meno che può finire in ospedale per un falso allarme ed è un vettore in meno per il virus stagionale. Ogni persona che si va a fare il test sierologico in farmacia in aggiunta al piano pubblico di tracciamento è un’informazione in più che abbiamo nella lotta contro il virus. La partita è questa ed è sistemica: il Paese può collassare nelle terapie intensive o nelle fabbriche. Qualsiasi proposta deve tenere conto di tutti e due i corni del problema. L’Emilia, al di là degli orientamenti politici, ha una lunga storia di riformismo e pragmatismo. Qui si è spesso pensato a prendere i topi senza guardare al colore che aveva il gatto. Da lunedì prossimo in Emilia circoleranno 80 autobus in più per contrastare il problema degli assembramenti. Un altro piccolissimo colpo al virus dalla nostra trincea di uomini mortali ma che non hanno smarrito la via dei Lumi.

23 ottobre 2020 (modifica il 23 ottobre 2020 | 11:32)

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